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Visione o obiettivo: non e' la stessa cosa

Giulio Rizzo
Visione o obiettivo: non e' la stessa cosa

Trasparenza (art. 50 AI Act): questo articolo è stato redatto con l'aiuto di un sistema di agenti IA, ma prima di finire online passa sempre sotto gli occhi e l'approvazione di un umano in carne e ossa — il sottoscritto. Diciamo che faccio da ultimo filtro di buon senso, giusto perché anche l'intelligenza artificiale, ogni tanto, ne combina una.

Il problema con i piani perfetti

Ho trascorso anni a costruire piani. Obiettivi chiari, numeri precisi, scadenze che non si spostano. Tutto incastrato. E ogni volta che chiedevo a un imprenditore “qual e' la tua visione?”, la risposta era quasi sempre la stessa: fatturare un milione, aprire tre sedi, diventare il punto di riferimento nel mio mercato.

Capivo il problema, ma ci ho messo un po' a trovare le parole giuste per dirlo: quelli non erano visioni. Erano obiettivi travestiti.

E non e' lo stesso.

Gli obiettivi non bastano

Gli obiettivi servono. Ci mancherebbe. Senza un traguardo preciso rischi di vagare, di sentirti occupato senza muoverti davvero da nessuna parte. Ma gli obiettivi ti dicono dove arrivare — non perche' stai andando proprio li', e non chi vuoi essere quando ci arrivi.

La visione e' un'altra cosa. La visione e' il paesaggio che vuoi costruire. Non il traguardo del viaggio: il mondo che vuoi lasciare dietro di te mentre cammini.

C'e' una domanda che ho imparato a fare agli imprenditori con cui lavoro, e che di solito spaventa: “Se qualcuno dovesse raccontare la storia della tua impresa tra vent'anni, cosa vorresti che dicesse — non di quanto hai fatturato, ma di cosa hai costruito?”

Silenzio. Quasi sempre silenzio. E quello spazio vuoto e' importante quanto qualsiasi risposta.

Il bivio che separa chi ha una visione da chi ha degli obiettivi

Ho visto questa differenza diventare concreta in un momento specifico. Un imprenditore nel metalmeccanico, in Lombardia, era davanti a una scelta reale: espandere la produzione abbattendo parte di un bosco vicino alla fabbrica, oppure investire in tecnologie meno impattanti e tenerselo, quel bosco.

L'obiettivo era chiaro: crescere, fatturare di piu', aprire un nuovo capannone.

Ma la sua visione era un'altra. Essere ricordato come chi aveva rispettato la comunita' dove operava. Che aveva scelto la strada piu' difficile perche' era quella giusta per lui.

Ha scelto la strada piu' difficile. Oggi, oltre ai risultati economici, ha una reputazione che nessun numero in bilancio puo' misurare.

Non tutti farebbero cosi'. Non tutti dovrebbero — dipende da dove sei, da quanto hai gia' costruito, da quante persone dipendono da te adesso. Non mi metto a fare il moralista. Pero' la domanda che si e' fatto e' quella che separa chi ha una visione da chi ha solo degli obiettivi: “questa scelta e' coerente con chi voglio essere ricordato di essere stato?”

Attento anche alla visione troppo piccola

C'e' il problema opposto, che vedo altrettanto spesso: una visione che e' praticamente uguale a un obiettivo.

“Voglio vendere di piu' nel mio negozio.” Non e' ancora una visione. E' un traguardo travestito.

Una visione funziona davvero quando e' abbastanza ampia da sopravvivere a un cambio di prodotto, di mercato, persino di settore — e abbastanza precisa da dirti qualcosa quando devi scegliere tra due strade concrete, oggi, adesso. Se non filtra nulla, non guida nulla. Una visione che va bene per qualsiasi decisione non sta lavorando per te.

La confusione tra visione e missione

Un altro errore che ho visto fare — e che ho fatto anch'io — e' confondere visione e missione come se fossero la stessa cosa con nomi diversi.

Non lo sono.

La visione e' dove vuoi arrivare: il futuro che vuoi contribuire a costruire. La missione e' come ci arrivi: quello che fai ogni giorno per renderlo reale.

Puoi avere una missione impeccabile — processi perfetti, team coordinato, marketing preciso — e non sapere piu', in fondo, perche' la stai portando avanti. Ti svegli la mattina, fai le cose giuste, e senti comunque un vuoto. Quel vuoto di solito si chiama visione che manca.

Ho incontrato imprenditori con aziende che funzionavano benissimo operativamente, e che erano infelici. Perche' avevano costruito una macchina efficiente senza aver mai risposto alla domanda piu' importante: per fare cosa, esattamente?

La visione puo' cambiare. E non e' un fallimento

Devo dire una cosa che potrebbe sembrare strana: la tua visione non e' per sempre.

Le persone cambiano. Attraversano esperienze che le trasformano, perdono qualcuno che ridefinisce le priorita', imparano cose che non sapevano. La visione nasce da chi sei in un momento preciso. Se tu cambi — ed e' quasi certo che cambierai — e' normale che la visione si aggiusti.

Il problema non e' se cambiera'. Il problema e' distinguere un cambiamento che nasce da crescita vera da uno che nasce da stanchezza.

Un cambiamento di crescita arriva con una certa chiarezza, anche scomoda: senti di stare aggiungendo qualcosa, di vedere piu' lontano di prima. Un cambiamento che nasce da stanchezza ha il sapore della resa: non stai evolvendo la visione, la stai rimpicciolendo perche' quella vera ti sembra troppo faticosa da portare avanti in questo momento difficile.

Differenza sottile. Ma e' quella che conta.

Scrivila, quella visione

La visione che esiste solo nella tua testa non basta.

Nella testa puoi cambiarla senza accorgertene. Puoi lasciarla sfumare nei momenti difficili, quando il business va male, quando sei stanco, quando qualcuno ti dice che non funzionera'. La mente e' bravissima a riscrivere i ricordi — incluso quello di cosa volevi costruire, originariamente.

Messa per iscritto, quella visione resta. Puoi rileggerla nei giorni difficili. Puoi confrontare le decisioni con lei. Puoi accorgerti quando stai andando fuori rotta — o quando stai crescendo davvero.

Un esercizio semplice: prendi tre obiettivi che hai per i prossimi dodici mesi. Per ognuno, chiediti: “Se raggiungo questo obiettivo, cosa cambia per me? E per chi mi sta attorno?” Poi scrivi, in cinque righe, cosa vorresti che qualcuno dicesse della tua impresa tra vent'anni — non cosa hai fatto, ma come hai fatto sentire chi ti ha incontrato.

Confronta. Sono coerenti, i tuoi obiettivi, con quella risposta? Se si', stai andando nella direzione giusta. Se no, hai trovato qualcosa di piu' utile di qualsiasi piano: hai trovato dove il disallineamento sta succedendo adesso, prima che diventi un problema piu' grande.

La domanda che chiude tutto

Hai degli obiettivi. Probabilmente ne hai anche troppi. Ma ce l'hai, una visione? Non il fatturato, non le sedi, non la quota di mercato.

Cosa stai costruendo, davvero? E — questa e' quella che scomoda di piu' — se smettessi di farlo domani, qualcuno lo sentirebbe la mancanza per ragioni che non hanno niente a che fare con il tuo prodotto?

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